La scrittrice Francesca Incandela analizza i temi al centro dell’ultimo romanzo di Angela Maria Mistretta “Il valzer dell’oblio”
Recentemente la scrittrice Angela Maria Mistretta, ormai nota al pubblico, ha dato alle stampe, per la Lithos edizioni, il suo ultimo lavoro il cui titolo “Il valzer dell’oblio” apparentemente sembra riecheggiare la narrativa dei primi del novecento, i cosiddetti romanzi del genere” rosa”, non impegnativi e neppure con implicazioni e risvolti ideologici o psicoanalitici. Ed invece il lettore (soprattutto il non più giovanissimo) si sente subito proiettato in un’atmosfera dai contorni caldi, familiari, allorché durante le festività ci si ritrovava con la famiglia allargata in un clima sereno, o quando con ansia si attendeva l’arrivo del postino e le lettere costituivano momenti condivisi col vicinato, quest’ultimo rivelandosi fonte di solidarietà -oltre che di pettegolezzo naturalmente- o quando riti e tradizioni sia religiose che culinarie facevano parte integrante della quotidiana vissuta e condivisa dall’ intera comunità. Legami di vicinanza che allo stato attuale e nell’era della tecnologia, dei social e della digitalizzazione sono stati troncati o allontanati persino nello stesso quartiere in cui si vive per decenni. La stessa autrice, nella Nota, si premura di avvisarci che ci si troverà di fronte ad una “saga familiare, frutto di un certosino lavoro di recupero”: le origini e la memoria, entrambe essenziali e presenti, oltre che linee guida della preziosa tessitura ordita con rigore e passione.

La famiglia Varvaro Romano, avi della scrittrice, campeggia e domina ogni parte di questo “diario letterario” che inizia nel 1874, anno di nascita di donna Rosina e termina più di un secolo dopo. Ci piace soffermarci su questa figura poiché essa è presente quale filo conduttore in primis e poi per il fatto che è -a suo modo e per quei tempi patriarcali e rigorosi- una ribelle, una che sa il fatto suo, dal carattere forte e determinato, grande lavoratrice a casa, e soprattutto decisa a realizzare ciò che desiderava, anche contro il parere o la volontà del padre. È lei infatti a prendere la decisione di abbandonare studi e collegio, è lei che s’intestardisce a sposare l’uomo che le piace, trasgredendo ai voleri dei parenti, è lei che rifiuta in seguito il “sogno americano” per ritornare in Sicilia, ed è sempre lei che con ferma e ferrea volontà manda avanti il ménage matrimoniale. Non mancano gli scontri col marito ambizioso, con la famiglia di lui, con lo stesso figlio Pietro. Sarà quest’ultimo a scompigliare i progetti di donna Rosina, uno scontro generazionale con tante amarezze pur nei traguardi di vita e di carriera, ma non sveliamo altro di questa appassionante saga familiare che troverà la sua conclusione, il suo epilogo nella seconda parte, più breve ma non meno interessante man mano che ogni tassello viene ricollocato e ogni dissidio o lacunosi momenti ricomposti.
Angela Maria Mistretta è riuscita a rendere “scrittura” e “linguaggio letterario” ciò che la fredda cronaca, l’inesorabile scorrere del tempo, il nero dell’inchiostro sui documenti e le posture rigide delle vecchie e sbiadite fotografie tendono a velare, nascondere, distruggere dell’incuria, nella smemoratezza… qui, in “Il valzer dell’ oblio” al contrario, la Memoria si tinge di biografia, racconti di esistenze, ricerca doviziosa, colloqui di anime, un vero e proprio crogiuolo di tipologie letterarie ben assestate ed amalgamate (e vogliamo anche accennare alle stupende espressioni vernacolari e lessicali scelte con cura); la stessa Memoria infine ci restituisce, nelle ultime pagine, un senso di soddisfazione, di appagamento e, perché no, di maggiore conoscenza della stessa autrice le cui origini adesso ci sono state “consegnate e affidate”.
Con grande stima
Francesca Incandela


